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Domenico Naso

Sono nato in Calabria da padre calabrese e madre sammarinese. Ho sempre vissuto in provincia di Pesaro: a Pennabilli, Pergola e Fano. La mia prima poesia l’ho composta a sei anni e parlava dei calanchi, erosioni tipiche del Montefeltro. Proprio a Pennabilli, ho partecipato a due edizioni di “ Poeti di Casa Nostra “ organizzate dal giornalista Rai Terenzio Montesi negli anni ’70. Nel decennio successivo ho ricevuto il I° Premio ex aequo “ Tirrenocento “ a Firenze: Ho avuto anche un riconoscimento da Umberto Piersanti per il “ Fanum Fortunae “ a Fano. In questa città mi sono diplomato in Decorazione Plastica all’Istituto Statale d’Arte “ Adolfo Apolloni “. L’Arte e la Moda in tutte le loro forme, mi hanno sempre affascinato. Nei ’90 ho lavorato come fashion designer a Venezia, Modena e Milano. Nella capitale lombarda sono stato introdotto come free lance nel giornalismo di moda, del quale mi occupo ancora.

moda

 

Ho coltivato la Poesia come hobby “intimo”. Tanto è vero che è dagli ‘ 80 che non partecipo più ad un concorso. Fin da piccolo ho sempre scritto di getto. Anche adesso, seguo l’istinto e mi lascio trasportare da una sorta di “ scrittura automatica “. Il tema ricorrente è l’Amore: l’incontro, Eros e Thanathos, l’abbandono. Ho letto pochi libri di Poesia. Ero, e sono tuttora, lettore assiduo di romanzi. E’ spesso la prosa che mi stimola alla composizione poetica. Passo da Borges ( che amo anche nelle liriche ) alla Duras, alla Yourcenar passando per Chatwin e Italo Calvino. Anche la pittura mi insegna a scrivere: le città addormentate di De Chirico e gli oggetti abbandonati di Savinio così le figure ripensate e crude di Lucian Freud e di Francis Bacon. Le mie prime poesie, ricordano un po’ le atmosfere del Decadentismo, mentre le più recenti, sono un ibrido tra Ermetismo, Dada e Surrealismo. Del resto, le canzoni che amo sono quelle di Franco Battiato: Giusto Pio e Manlio Sgalambro sono i suoi più puntuali parolieri. Tesi tra onirico e reale, tra onomatopeico e cacofonico, i loro testi mi commuovono sempre.

Mi domando

Mi domando
Che senso ha tutto questo,
Dato
Che non riesco
Ad entrarti nella testa.
Credevo
Di averti dimenticata
In un attimo.
E invece
Eccomi qui
Ad aspettarti
Assonnato,
In un luminoso sabato sera,
Seduto
Sulla panchina del sottoscala.


 

 

Tra noi

Tra noi.
Un viso sconosciuto
E due labbra emaciate.
Le tue,
le mie.
Le nostre sembianze cresciute.
I nostri specchi terreni.

Le ceste vuote.

Due alberi.
Unici e neri.
Forse perduti,
rubati.

Un secolo.
Fuggevole
Come l’acqua.
Eppure un minuto.
No,
non parlarmi.
Sono io
La tua radice.
Io
Il tuo specchio.

 

 

 

Il verso del gatto


I
Il verso del gatto
Soffia sul collo di chi ama.
Il mare.
E il silenzio.
E il respiro sul corpo
Sul quale corre un brivido:
un essere freddo
non privo di luce.
II
Il verso del gatto
Si rompe sui notturni.
Il cristallo piatto delle spiagge
È un sogno.
E ti incontro.
Ti cerco con le mani,
le labbra,
le passioni.
III
Il verso del gatto
Canta alle colline.
L’acciambellarsi del suono,
rimbalza.
È un tepore,
un flusso.
E l’energia esplode
Nel verde della nostra vita.
Sereno virgulto sempreverde.
Edera sottile
Che perdutamente bacio.
IV
Il verso del gatto
È un turbinio di parole inquiete.
È notte senza stelle.
Asma nel buio.
Buio senz’anima.
V
E giro
Nella stanza vuota,
senza me.
Lì,
Il verso del gatto
Ride come un Joker.