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Riccardo Geminiani |
Riccardo Geminiani (Rimini, 15 settembre 1970) vive tra San Marino (dove dirige un quotidiano), Cattolica e Mercatino Conca, una piccola frazione nell’entroterra marchigiano. Un diploma di ragioneria e una laurea in scienze manageriali alle spalle, poi un corso di scrittura alla Holden di Torino sotto la guida di Alessandro Baricco (nell’anno in cui viene inaugurata la celebre scuola) gli fa abbandonare la carriera aziendale per dedicarsi alla scrittura. Collabora con diversi quotidiani. Ma la sua attività prediletta resta la narrativa. Geminiani è infatti un apprezzato scrittore per bambini, vincitore del primo premio alla terza Biennale
nazionale di letteratura per l’infanzia. Tra i suoi libri più apprezzati ricordiamo Teresa è nervosa (Edizioni San Paolo) e Nuvolando (Edizioni Arka).
Quest’ultimo ha venduto oltre 10mila copie ed è stato tradotto in sette lingue (inglese, francese, tedesco, spagnolo, messicano, giapponese e coreano). Inoltre,
per anni, l’autore di Carne, racconta ha tenuto corsi e laboratori in molte scuole italiane.
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La prima storia del libro (Come una rosa) trae ispirazione da questa vicenda e descrive uno stupro di gruppo consumato in un bar di un piccolo paese e viene scandito dalle malinconiche e struggenti note de “La canzone di Marinella” di Fabrizio De André. “Una scelta del brano non casuale – continua Geminiani – la Marinella della canzone mi ricordava la protagonista della mia storia, che a sua volta ha tratti comuni con un’altra Marinella impressa ormai da anni nella mia memoria. Il riferimento è alla sfortunata protagonista del ‘processo di Piazza Navona’. Nel 1989 una ragazza che, appunto, si faceva chiamare Marinella (il suo vero nome era Carla Maria Cammarata) è stata stuprata da tre giovani nel centro di Roma. Il processo, che ha appassionato l’opinione pubblica, si è concluso con la condanna dei tre, ma in appello il ridimensionamento della pena ha riportato i colpevoli in libertà. Una notizia che è stata un vero e proprio colpo di grazia per Marinella, che fino a quel momento si era battuta con coraggio, sfidando le minacce di amici e parenti degli aggressori, ma soprattutto le umiliazioni inflittele dai loro difensori. ‘Ho perso la voglia di vivere’ sono state le parole di Marinella quando ha appreso la notizia del giudizio di appello e tre giorni dopo è morta in ospedale, stroncata da una broncopolmonite ma soprattutto dalle fatiche e dalle umiliazioni di quel processo”.
Nella seconda storia (Come un gomitolo) invece l’autore narra in modo singolare le vicende di una donna matura alle prese con un inquietante “nodo” del proprio passato.
La terza storia (Come Cappuccetto Rosso) è una tragica rivisitazione della fiaba di Cappuccetto Rosso, ambientata ai giorni nostri e con un epilogo mozzafiato. “Una rivisitazione che farà sicuramente discutere – avverte l’autore – e che riapre il dibattito sul ‘dimenticato’ monito contenuto nella versione originale della fiaba scritta da Charles Perrault. Oltre trecento anni fa, lo scrittore francese ha composto l’opera con il dichiarato intento di mettere in guardia i bambini dai pedofili, ma purtroppo nel tempo la fiaba ha subìto mutazioni determinanti e il suo messaggio e la sua morale originale sono spariti”.
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In Carne, racconta l’autore affronta vicende legate da un unico filo conduttore: la violenza sessuale. Tre storie di abusi nelle quali il confine tra realtà e finzione si mescola così sapientemente da lasciare il lettore senza fiato.
“Lo spunto per queste storie mi arriva dalla cronaca – spiega Riccardo Geminiani –, dalle tante vicende di abusi e violenze che la quotidianità puntualmente ci consegna.
Ma anche da esperienze vissute da persone a me vicine. Molti anni fa una cara amica è stata brutalmente stuprata e l’aggressore non è mai stato incriminato. Una vicenda drammatica che mi ha fatto riflettere sulle dinamiche e sui risvolti di un fenomeno dove la violenza più insostenibile diviene addirittura quella del ‘dopo stupro’. Le difficoltà della vittima a denunciare il proprio aggressore, per il timore di ritorsioni o nuove violenze, ma soprattutto per la consapevolezza di essere vittima dell’unico reato in cui la parte lesa finisce dietro al banco degli imputati a causa del clima spesso dubitativo e allusivo che la vittima sente nel momento stesso in cui si reca a denunciare uno stupro. Così è stato anche nel caso della mia amica, che ora si ritrova a convivere con il dolore della violenza subita e con la frustrante rabbia di sapere il proprio carnefice impunito e in libertà”.
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