Leonardo Casali, "l'americano" che fotografa la vita... e le nostre storie

Leonardo Casali, Nel 2005 ha affrontato un viaggio molto singolare e impegnativo, ma con un grande obiettivo, quello di incontrare personalmente, nei posti più sperduti del mondo, i nostri emigranti. Perché!
L’idea di questo progetto mi è venuta quando ancora abitavo a New York. Negli ultimi 2 – 3 anni degli 11 vissuti lì, spesso tornavo a San Marino e succedeva sempre che tutti mi chiamassero “l’americano”. Già in america mi chiamavano “l’italiano” e tutto ciò mi fece pensare che andandomene dal mio paese in qualche modo avevo perso, per chi mi conosceva, la mia collocazione nel mondo.
Pensai allora alle migliaia di persone emigrate da San Marino sparse per il globo e che mi sarebbe piaciuto riportarle insieme in un libro di ritratti. Un libro che vuole raccontare la piccolissima storia della nostra emigrazione che diventa però la storia dell’uomo che da quando abita questo pianeta non fa altro che spostarsi, per un motivo o per l’atro, attraverso i vari continenti.
Quello che io penso e che “ogni essere umano ha il diritto di muoversi, lavorare e vivere LIBERAMENTE in qualsiasi paese egli desideri, senza alcuna limitazione dovuta alla provenienza, razza e cultura.” Il mondo è diventato troppo piccolo per impedire ciò.
Che esperienza ha tratto da questo viaggio, quali sono state le difficoltà incontrate e cosa le ha trasmesso interiormente questa avventura.
L’esperienza di aver toccato 42 nazioni in quasi due anni di viaggio consecutivi è stata indescrivibile. Negli ultimi mesi mi sentivo in over-dose dal troppo vedere e ascoltare. Mi scoppiava la testa da quante storie avevo vissuto. Volevo che nel libro ogni personaggio avesse delle caratteristiche diverse dovute al mestiere, al paesaggio, all’età, al sesso e alla situazione familiare; per cui sono state tantissime le esperienze che mi sono state raccontate. Ma oltre ai sammarinesi, nel mio viaggio, tanti altri sono stati gli incontri e le avventure. Non ho mai dormito nello stesso letto per più di due notti ed ogni giorno era nuovo e pieno di situazioni diverse dovute alla cultura, la lingua, gli usi e costumi del paese in cui viaggiavo. Un quasi incidente aereo, all’inizio del viaggio nel nord dell’Australia, ha fatto si che, dove potevo, viaggiavo via terra anche se ci fosse voluto molto più tempo. Il tempo non mi mancava, non avevo nessuna fretta di arrivare a destinazione e ogni cosa la facevo con calma, senza nessuna ansia. Ogni minuto era importante e ancor di più, essere presente in ogni momento per poter veramente assaporare ciò che stavo vivendo. Dovuto al “quasi incidente” ricordo il viaggio in treno di 48 ore da Bombay a Varanasi in India, oppure il viaggio in corriera di 57 ore consecutive da Lima in Perù fino a Santiago in Cile.
Mi sento veramente fortunato di aver avuto l’occasione per un’esperienza così grande nella mia vita. Per un fotografo viaggiare è la massima aspirazione e questo viaggio è stato indimenticabile.
Interiormente mi sento molto arricchito e più sicuro di me stesso e capace di capire al volo quali sono le cose importanti per me.
A questo proposito voglio riportare un pensiero di Leonardo da Vinci che, da tanti anni, ogni tanto rileggo: L’ESPERIENZA E’ MAESTRA VERA
“Cominciando ad evolvere vi si presenteranno naturalmente dei problemi, incontrerete delle difficoltà che da voi stessi dovete risolvere. Dovete diventare come l’albero che resiste a numerose tempeste e conosce la propria forza e la gioia del riparo che offre, l’albero che nulla al mondo, nessun vento terrestre o celeste può sradicare, che è fermo come uno scoglio. Se desiderate riconoscere quella voce (intuizione) dovete aver dentro di voi la rivoluzione, l’anarchia, lo scontento; dovete essere un turbine mentalmente e moralmente e il centro del turbine deve diventare sempre più forte onde le piccole cose della vita possano essere lasciate via e solo rimanga la forza della determinazione.
Dal caos che è dentro di voi dovete generare la stella splendente. Lo scontento, che produce il vero contento, deve essere incoraggiato, non spezzato.
Quanto più interrogate e domandate, tanto più sarà forte il vostro turbine, tanto maggiore sarà la distruzione, tanto più grande la potenza del vostro desiderio di scoprire la Verità.
Dovete creare un turbine nella vostra mente e nei vostri sentimenti; non un turbine di mera sentimentalità e di eccitamento, ma un turbine che disperda e distrugga ciò che non è importante.
Non si può conseguire niente porgendo semplicemente ascolto agli altri. Essi non possono che fornire l’impalcatura che vi aiuti a salire e a costruire; ma voi dovete portare i mattoni e la calce ed essere i costruttori. Per fare questo bisogna che abbiate le vostre esperienze e questa è la ragione per qui la semplice innocenza non è spirituale.
L’uomo che conosce i grandi dolori, le grandi estasi, i grandi impulsi d’amore e di collera può diventare veramente spirituale, perché continuamente cerca, continuamente chiede.
Per divenire spirituali bisogna avere un’anima preparata alla tentazione. L’esperienza è essenziale. Le persone che sono infantilmente innocenti tendono a diventare meschine, strette di idee e gelose. Contro queste piccole cose dobbiamo lottare, perché non tendono a procurare grandi e reali esperienze.
Voi non volete l’esperienza del bambino che non sa che cosa sia soffrire, che cosa vuol dire essere in un turbine di sentimenti, che cosa significhi l’angoscia mentale. Dovete essere simili all’uomo che ha sofferto, che sa, che ha costruito.
L’espressione dei vostri sentimenti, le gioie, i dolori, le angosce e i piaceri ordinari devono essere le vostre esperienze; questo è il materiale con cui dovete edificare”.
Sempre legato al tema della immigrazione, ho avuto il piacere di assistere personalmente all’anteprima del suo video “Graçias a Deus” e le faccio i miei complimenti per la realizzazione e l’umiltà con cui documenta la vita degli abitanti di un paesino brasiliano.
Che cosa ha di singolare questo paese.
Durante il viaggio per la realizzazione del libro “SAMMARINESI”, sono venuto a contatto con questa realtà. In Brasile, e più esattamente nello stato dello Espirito Santo, vivono i discendenti di 84 famiglie, emigrate nel 1895, che presero il posto degli schiavi nella coltivazione del caffé. Sette anni prima era stata abolita la schiavitù e per quanto se ne dica non penso che le condizioni di vita dei nuovi lavoratori siano cambiate di tanto. E’ una storia che non è mai stata raccontata e questo mi ha spinto a tornare per realizzare un video-documentario. Soprattutto anche perché quei pochi giorni passati li mi hanno dato la sensazione di sentirmi come ,quando da bambino, vivevo a Borgo Maggiore.
Sembra una cosa strana da dire, ma i rapporti avuti con la gente del posto, mi avevano fatto capire che quello era un posto speciale, dove ancora si poteva vivere com’erano vissuti i nostri nonni. Era come se fosse rimasta l’anima di questi emigranti. Un mondo dove ancora il denaro, insieme a tutte le schifezze che lo circondano, non fa da padrone.
Senza entrare nel merito tecnico, il suo cortometraggio è ricco di particolari, di emozioni e soprattutto non ha la pretesa di voler descrivere ma si lascia raccontare. Una scelta di rispetto per la vita di quella gente?
Ho sempre creduto che, per raccontare una storia attraverso una fotografia, non bisogna assolutamente intervenire con il proprio ego sulla situazione che ti si sta manifestando di fronte. Naturalmente si sceglie cosa fotografare e cosa non, ed è questa l’unica scelta basata sulla tua sensibilità nella quale intravedi l’essenza della storia. Questa secondo me è la prima regola del “reportage”.
Raccontare attraverso il video-documentario mi è sembrato più facile perché non devi rinchiudere tutto in un solo fotogramma. Mi ha affascinato la possibilità di arrivare attraverso le immagini in movimento ad un pubblico molto più ampio.
Ho sempre molto rispetto delle persone e delle cose che ho di fronte.
Ora, il suo video è stato selezionato al Bellaria Film Festival e per poco, per una questione di regolamento sulla durata del film, non accede al Film Festival di Venezia, ma ottiene comunque i complimenti dal direttore Marco Muller. Quali sono le sue impressioni e quali i suoi programmi futuri?
Penso che non avrei potuto chiedere di meglio dalla mia opera prima. Per me questo film è stata una sfida. Affacciarmi ad una nuova professione come a una nuova esperienza che non può fare altro che farmi crescere. Ora sto aspettando la risposta per la sponsorizzazione di un nuovo documentario che mi porterà nella Repubblica Democratica del Congo in Africa, ma prima, come ho promesso, ritornerò in Brasile per proiettare nella piazza del piccolo paesino di Muqui il mio documentario.
Inserita il 28/05/2007 da Leonardo Casali